Quando si parla di voci che hanno accompagnato generazioni di spettatori in sala e davanti allo schermo, è impossibile non pensare a chi, con il solo timbro e l’interpretazione, ha dato vita a personaggi diventati iconici. In questa intervista abbiamo il piacere di incontrare Sandro Acerbo, una delle voci più riconoscibili e versatili del doppiaggio italiano.
Dagli anni del grande cinema internazionale fino alle produzioni più recenti, Sandro ha prestato la sua voce ad alcuni tra i volti più noti di Hollywood, contribuendo in modo decisivo a costruire quell’immaginario che molti di noi hanno scoperto prima ancora in italiano che in lingua originale. Un viaggio attraverso più di sessant’anni di carriera, i ricordi e quella magia invisibile che rende il doppiaggio una delle forme d’arte più affascinanti del cinema.

Ciao Sandro, grazie di essere con noi! Nascesti Alessandro Ancidoni ma tutti ti conoscono come Sandro Acerbo: quando arrivò questo pseudonimo?
“Da subito… ti dirò, niente di eccezionale! Quando feci il mio primo turno di doppiaggio, visto che ero un bambino, uno dei genitori doveva dare l’autorizzazione e andare a firmarla al lavoro. Mi accompagnò mia madre che entrò nell’ufficio della vecchia e gloriosa CDC – Cooperativa Doppiatori Cinematografici e incontrò una sua vecchia compagna di scuola, la quale la conosceva col suo nome da ragazza, Acerbo appunto. Per cui decidemmo di usare quel cognome e Sandro come diminutivo del mio. Che poi già tutti mi chiamavano Sandro o Sandrino: il passo fu quindi breve…”
Hai iniziato a doppiare da bambino il personaggio di Pizzi ne ‘La carica Dei Cento E Uno’. Ti ricordi il momento in cui hai capito che il doppiaggio sarebbe diventato il tuo mestiere?
“Da subito! E’ chiaro che quando ho iniziato, a sei anni, non potevo avere una idea precisa di quello che avrei voluto fare. Però l’emozione, il divertimento, la voglia di fare questa cosa è nata da subito. Tant’è vero che dopo aver fatto il mio primo film ‘La Carica Dei Cento E Uno’ il direttore di doppiaggio Giulio Panicali chiamò mia madre e le disse: “Guardi signora, questo bambino ha delle potenzialità enormi, però non venendo da alcuna scuola artistica o altro, ha l’accento romanesco. Io lo richiamerò sicuramente, ma quando lo richiamerò voglio sentire un bambino che parla perfettamente in italiano!” Per cui è successo che dopo ‘La Carica…’ per diversi mesi non ho avuto altri lavori e chiedevo sempre a mia madre “Perchè non mi chiamano? Perchè non vado al turno? I cartoni quando arrivano?” Il mio era quindi un desiderio fortissimo di voler rientrare in sala doppiaggio sin da giovanissimo!”
E quindi oltre la scuola canonica, sei andato anche ad una scuola di dizione per migliorarti come doppiatore?
“No, non ho fatto nessuna scuola. Mi hanno chiamato altri direttori dopo ‘La Carica Dei Cento E Uno’ e ho imparato sul campo, dato che una volta c’era il tempo di insegnare ai bambini durante il turno, non facendo una scuola specifica. Durante il turno, questi direttori di grande esperienza mi hanno insegnato come dire le parole, soprattutto come dirle senza calata romanesca. E quando sono tornato dal grande Panicali, che non era solo un direttore ma anche una voce celebre – doppiò Clark Gable in ‘Via Col Vento’ – si congratulò con me e mia madre perchè finalmente aveva sentito che ero diventato un ‘doppiatore in italiano’!”
Ti sei laureato in giurisprudenza prima di scegliere definitivamente il doppiaggio. C’è mai stato un momento in cui hai pensato davvero di fare l’avvocato invece che il doppiatore?
“Se devo essere sincero, no. Un pò trainato dai miei amici storici del liceo che erano confluiti tutti alla facoltà di giurisprudenza – o per lo meno una gran parte – io ho cercato di seguire le loro orme. Però a differenza loro, avendo inziato a lavorare in maniera molto assidua, frequentavo un giorno si e dieci no… e questo diventò un problema! Ma decisi comunque di concludere il ciclo di studi, perchè era un impegno preso con me stesso e con i miei: studiavo a casa, andavo all’università per guardare quando ci fossero gli appelli e poi una volta preparato l’esame, andavo a farlo. Non ho avuto certo un curriculum molto ‘veloce’, perchè nel frattempo lavoravo a ritmo pieno e lo studio si concentrava nel sabato e nella domenica… ma alla fine al traguardo ci sono arrivato!”
Per tutti sei la voce italiana di Michael J. Fox in ‘Casa Keaton’ e negli ultimi due capitoli di ‘Ritorno Al Futuro’. Che rapporto hai con questi personaggi e con l’affetto che i fan continuano a dimostrar loro?
“Ho adorato Marty McFly e ho adorato Michael J. Fox perchè era – da anni, purtroppo per la malattia, non recita più – un attore straordinario, di una forza brillante e comica eccezionali, una fisicità davvero ottima. Io mi ci compenetravo, mi dava l’idea quasi di essere me stesso nelle sue vesti. Mi piaceva quel suo impatto con la realtà sempre spiritoso, brillante… che un pò è quello che ero io caratterialmente da ragazzo. E pur non condividendo le idee reazionarie di Alex Keaton, anche con quella serie mi divertivo tantissimo perchè ogni momento era una risata! Per Casa Keaton mi hanno anche premiato a Gardacon con la Musa D’Oro Off Amarcord: per me quel telefilm è davvero una delle pietre miliari della mia carriera!”

Se dovessi scegliere una sola scena di un film di Michael che rappresenta il tuo percorso da doppiatore, quale sarebbe e perché?
“Tra i tanti suoi film sceglierei la scena ne ‘Il Segreto Del Mio Successo’ in cui lui e incontra la ragazza con cui si sarebbe poi fidanzato. Una scena che rifarei mille volte, davvero incredibile… non so come altro potrei definirla, tanto è bella!”
Sei diventato anche la voce ufficiale italiana di Will Smith…
“Guarda, ho sempre dichiarato che sin da quando ho iniziato a doppiarlo dal primo ‘Men In Black’, ho sempre preferito il Will Smith brillante. Poi mi sono ricreduto negli anni a seguire, visto che Will ha realizzato cose notevoli anche dal punto di vista drammatico, come nei due film con Muccino, ‘La Ricerca Della Felicità’ e il secondo ‘Sette Anime’; sino ad arrivare a ‘Una Famiglia Vincente’ con cui vinse l’Oscar! E’ un attore a tutto tondo, che sa far bene in tutti i ruoli che interpreta. Ma io mi ci trovo meglio quando parla di sparaflashate, eheh!”
Quindi dei suoi film, per te ‘Men In Black’ tutta la vita?
“Sisi, sicuramente ‘Men In Black’! Anche perchè se ti ricordi in ‘La Ricerca Della Felicità’ Will aveva una recitazione più da uomo maturo, distantissimo da quella verve scoppiettante dell’Agente J!”
Sei anche la voce italiana storica di Brad Pitt. Com’è cambiato il tuo approccio passando dal giovane Brad Pitt di ‘Intervista Col Vampiro’ al Brad Pitt più maturo di ‘Bullet Train’?
“Brad Pitt ha avuto una maturazione lenta ma costante come attore, diventando sempre più bravo. E io sono maturato assieme a lui, catturando tutte le cose che lui fa nei film brillanti, ma soprattutto in quelli drammatici. Per cui diventa quasi naturale seguirlo in tutte le sue sfaccettature… mi sono divertito tantissimo con ‘Seven’, con ‘Vi presento Joe Black’ fino a ‘Vento Di Passioni’. Personaggi completamente diversi tra loro, fino a ‘C’era una volta a… Hollywood’, davvero eccezionale e che gli ha permesso di prendere l’Oscar come miglior attore non protagonista!”
Tra Tyler Durden di ‘Fight Club’, Aldo Raine di ‘Bastardi Senza Gloria’ e Rusty Ryan della trilogia di ‘Ocean’s Eleven’, quale personaggio di Brad Pitt ti ha divertito di più doppiare?
“Eh, renditi conto che attore che è! Comunque il più divertente da doppiare per me è stato Aldo in ‘Bastardi Senza Gloria’, in cui lui è eccezionale. Ma poi è tutto il cast che è eccezionale! Però devo dire che ‘Fight Club’ è stato per me una sfida e a tal proposito ti racconto un aneddoto. Il cliente dell’epoca venne da me – io avevo già doppiato Brad diverse volte – e mi disse “Sandro è arrivato un film con lui, ma ho paura che tu non lo potrai fare perchè lui sembra un mezzo animale, terribile!” Gli risposi: “Sei tu il cliente, ad ogni buon conto c’è il trailer in arrivo: fammi provare a doppiare quello e se il risultato ti soddisfa, poi facciamo anche il film!” Per cui quando – dopo il suo OK – abbiamo iniziato a lavorare al film per me fu una sfida: fare un buon lavoro e farlo come il cliente se lo aspettava. Fu una grande soddisfazione quindi per il risultato finale e per il riscontro del pubblico in sala, quindi apprezzato da tutti come un doppiaggio ben svolto!”

Hai doppiato attori molto diversi tra loro come Robert Downey Jr., Nicolas Cage, Hugh Grant e Dan Aykroyd. Qual è stato l’attore più imprevedibile da seguire in sala doppiaggio?
“Che posso dirti, forse Dan Aykroyd perchè è stata una decisione del grande Manlio De Angelis che decise di farmelo doppiare. Vocalmente io non sembravo adatto, con la mia voce rotonda per un personaggio così, un pò imbolsito e caratteristico. Ma lui era convinto che fossi adatto. E quando andai a vedere al cinema il divertente ‘Spie Come Noi’, sono rimasto sorpreso, dando quindi ragione a Manlio in quanto vocalmente ci stavo bene su Dan!”
Nel mondo delle serie TV sei stato voci iconiche come Patrick Jane in ‘The Mentalist’ e Mac Taylor in ‘CSI: NY’. Quanto cambia il lavoro quando accompagni un personaggio per molte stagioni?
“Non cambia, diventa una cosa quasi affettiva… ti abitui a quel personaggio, sai cosa farà e quali argomenti toccherà, lo segui quindi con grande naturalezza. Devo dire che con ‘CSI: NY’ è andata così ed anche meglio con Patrick in ‘The Mentalist’. Tra l’altro non ero neanche previsto nel provino per doppiarlo e mi ritrovai nella serie a causa di un doppiatore che non si era presentato. Venni chiamato dal direttore del doppiaggio che me lo propose… e dopo questi anni sono felice di vedere che il mio lavoro è ancora apprezzato sia dagli adetti ai lavori, ma soprattutto dai fan della serie!”
Molti fan più giovani ti associano anche a Mike Wazowski di ‘Monsters University’ e ‘Monsters & Co. La Serie – Lavori In Corso!’ dopo che il personaggio fu di Tonino Accolla. È più difficile doppiare una star di Hollywood o un personaggio animato che vive esclusivamente attraverso la voce?
“Beh, a parte il fatto che mi sentivo onorato di sostituire un mostro sacro come Tonino, lì diventa un fatto quasi imitativo; se tu ti leghi alla voce originale e cerchi di farla più o meno uguale, poi alla fine ti ci trovi dentro… certo devi avere anche la predisposizione al brillante/comico tipico di quel genere di personaggi. Ma l’aver trovato una voce che si adattasse a Mike, alla fine mi ha aiutato tanto con il suo personaggio.”
Hai lavorato come doppiatore, dialoghista e direttore del doppiaggio: quale di questi ruoli ti ha insegnato di più?
“Ti dirò, è più una commistione di ruoli; partito come doppiatore, poi direttore del doppiaggio, l’attività di dialoghista è venuta di conseguenza e mi ha aiutato a migliorare le altre due. Perchè facendo i dialoghi di un film, hai la possibilità di conoscere tutto dei personaggi, dalla lingua a come come li hai impostati. Questo poi si trasmette sull’attività di doppiatore e di direttore. Infatti un direttore che realizza anche i dialoghi del film è molto avvantaggiato perchè conosce il film a menadito praticamente!”
Oggi si parla molto di intelligenza artificiale applicata alle voci. Pensi che il doppiaggio del futuro riuscirà a mantenere quell’anima artigianale che ha reso celebre la scuola italiana, forse la migliore del mondo?
“Probabilmente questo fenomeno non si può fermare, infatti anche nella vita di tutti i giorni l’IA sta prendendo piede… però noi abbiamo il vantaggio di svolgere un lavoro dove ci vuole estemporaneità, ci vuole arte e saper dire le battute in una certa maniera. E l’IA almeno al momento non è in grado di far questo. Rende magari dove c’è piattume, può essere usata per raccontare un documentario o una storia generica… Ma in film come ‘Il Segreto Del Mio Successo’ o ‘Ritorno Al Futuro’ è molto difficile che possa essere realizzato un doppiaggio “artificiale”. Quindi noi dobbiamo puntare su questo: non si deve cedere alla tentazione del “basta lavorare a tutti i costi”… bisogna lavorare sulla qualità del prodotto che facciamo, perchè soltanto così possiamo ridurre l’avanzare dell’intelligenza artificiale nel nostro settore!”

Prima di diventare una delle voci più conosciute d’Italia, che bambino eri? Trascorrevi più tempo con i giocattoli, i fumetti o davanti alla televisione?
“Ero un bambino normalissimo, con una educazione molto tradizionale da parte dei miei genitori… soltanto che ho scoperto l’attività di doppiaggio molto presto; e di tempo per fare il bambino che gioca a casa o si mette davanti al televisore a guardare i cartoni animati, ne ho avuto meno. Ma forse perchè in fondo ero più interessato a farli io in diretta i cartoni animati e non ‘solo’ guardandoli in televisione!”
Quali erano i giocattoli che non mancavano mai nella tua cameretta? C’è un gioco o un personaggio a cui sei rimasto particolarmente affezionato?
“Guarda sicuramente la ‘palletta’! Con la ‘palletta’ ho passato dei lunghissimi momenti della mia vita insieme a mio fratello e ad un altro celebre doppiatore che è Massimo Rossi, con il quale sono amico da tutta una vita perchè siamo cresciuti praticamente insieme. Passavamo giornate intere – quanto non lavoravamo – a giocarci nel giardino di casa mia. Ci inventavamo anche i peggio giochi, ma quello era il nostro preferito. Poi c’erano l’album delle figurine dei calciatori e gli indiani/cowboys. Mio papà ci aveva regalato un fortino dei cowboys e noi avendo avuto tante macchinine ci eravamo inventati il gioco degli “indiani moderni”. Non gli indiani che tiravano le frecce o sparavano, bensì facevano la vita da signori con le loro macchine! Insomma questo era uno degli altri miei giochi…”
Leggevi anche fumetti? Se si, quali erano i tuoi preferiti?
“Ho letto gran parte della collana del Principer Valiant – una delle cose più iconiche all’epoca – e poi i classici, come Topolino… anche se non ero molto stabile: li leggevo, li accantonavo, poi li riprendevo in mano!”
C’è un personaggio dei fumetti che avresti sempre voluto interpretare o doppiare?
“Non me lo sono mai posto il problema… mi è piaciuto doppiare svariati personaggi di film animati, diciamo che ho realizzato una rosa di film tematici abbastanza varia e importante: ho di che accontentarmi!”
Il piccolo Sandro avrebbe mai immaginato di avere una carriera simile al grande Sandro?
“Sicuramente ci speravo, perchè volevo diventarlo. Perchè questo è un lavoro che si fa con grande applicazione e abnegazione. Non è un lavoro che puoi fare svogliatamente, come talvolta avviene in questo periodo storico. E’ un lavoro dove la passione è la prima cosa, dove devi dare sempre tutto te stesso, dal documentario al grande film di successo. Quello è l’unico segreto che ti permette di andare avanti in questo ambiente!”
E a quel bimbo quale attore tra quelli che hai doppiato gli presenteresti per primo?
“Direi Brad Pitt.. gli voglio bene, mi ha dato tanto e quindi senz’altro sarebbe lui.”
Il piatto preferito in assoluto di Sandro Acerbo?
“Ahhh, facilissimo… anche se sono due in realtà! I tortellini in brodo, quelli veri, modenesi e poi la cosa che mangerei in continuazione: le melanzane alla parmigiana!”
Lascio l’ultima parola per i nostri lettori…
“Allora, un saluto a tutti quelli che hanno seguito questa intervista! Mi ha fatto molto piacere farla e spero che abbiate catturato qualcosa di quello che ho detto, che vi sia di “insegnamento” per le vostre eventuali carriere. Divertitevi sempre, divertitevi comunque perchè – almeno nel mio lavoro – il divertimento è alla base di tutto! Ciao e grazie!!!”

